Milano al lavoro

Il Corriere della sera lancia TrovoLavoro, iniziativa (su carta, il primo lunedì del mese, gratis) per l’incontro tra Domanda e Offerta di lavoro. La prima uscita il 25 febbraio.

Se n’è parlato qui a Milano il 22 c.m., con Davide Casaleggio (nel 2054 si lavorerà per l’1% del tempo), Marco Bentivogli (ogni robot chiama nuovi lavori, se il processo viene capito, governato, anticipato), il vice di Confindustria Gianni Brugnoli (le imprese hanno difficoltà a reperire capitale umano, che é “fulcro del successo”) e con il presidente di RCS Urbano Cairo (daremo informazioni pratiche e selezionate; il lavoro? C’è e ci sarà). Bella iniziativa: TrovoLavoro dirà quali aziende assumono e cercano, e cosa cercano. Vedremo. Il messaggio: il lavoro è il primo problema; decisivo é fare sistema, ascoltare le esigenze delle imprese, formare per quel che serve (un nuovo diritto), ridare valore umanistico al lavoro manuale e attivare i giovani. Il governo non ci complichi la vita. La mia riflessione. Sono molte le iniziative per il lavoro. Se ne occupano anche i grandi Comuni e molte chiese locali (Milano e Bologna, ad esempio). C’è in realtà una dispersione di risorse, soprattutto se si tiene conto che l’aspetto decisivo é il rapporto personale tra un esperto e il soggetto che cerca lavoro; l’accompagnamento, già caro a don Bosco. L’abbiamo colpevolmente trascurato. La Germania ha 100.000 esperti. Noi ne stiamo inserendo 10.000 accanto agli 8.000 in forza, oberati di compiti amministrativi. Milano ha una Agenzia di Formazione, Orientamento e Lavoro (AFOL) metropolitana che ha messo a sistema una bella storia. Merita di essere aperta ai più diversi soggetti e investitori, a partire da imprese e sindacati, per mirare la formazione e rendere efficace il dialogo tra Domanda delle aziende e Offerta di lavoro. Obiettivo: una sana Mobilità del lavoro che liberi tutte le forze (d’impresa e del lavoro), valorizzi l’armonia relazionale (e dunque la creatività e l’innovazione) e anticipi i problemi, le crisi. L’impresa vuole assumere e licenziare liberamente. Anche il lavoratore insoddisfatto o precario vuole crescere e cambiare. Entrambe le esigenze si possono soddisfare. Si può realizzare un nuovo modo di concorrere, con il giusto paracadute (la tutela economica e l’accompagnamento per tutti, imprenditori e lavoratori). C’é un 20% di lavoro in più subito possibile. E in futuro? Dipende da molte cose. Propendo per la tesi di Bentivogli, che però sottovaluta, mi pare, gli effetti della tecnologia combinati con la consapevolezza che la crescita quantitativa deve darsi un limite: non tutto ciò che è possibile merita di essere processato, realizzato, perché il lato in ombra della possibilità (il rischio) si sta alzando paurosamente. Crescita sì, ma qualitativa (di valore), per vie creative, innovative e sostenibili, che riducano ingombri, volumi, sprechi, inquinamenti. Era il trend del Nord Milano dieci anni fa. Fondamentali sono le grandi infrastrutture di trasporto, comunicazione e riassetto idrogeologico e urbanistico (uso del territorio). C’é qui una prateria di iniziative e lavoro. Ora, la priorità è parlarne, unire gli attori pubblici e privati (aspetto clou) e definire un progetto coraggioso all’altezza di Milano. Un ruolo forte devono averlo il sindaco Giuseppe Sala, Carlo Bonomi di Assolombarda e – perché no? – un’istituzione come il Corriere di Urbano Cairo. Si tratta di uscire dagli schemi per rilanciare l’Agenzia del lavoro AFOL e le Politiche attive (che l’Europa finanzierà), aperti alla Lombardia, per il Paese. Sapendo che la risposta giusta non c’é. La si deve cercare, costruire, fare. Insieme. Come la verità per Gesù. É la specialità di Milano.

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L'informazione nel Belpaese

Il Senatore Andrea Cangini, responsabile cultura di Forza Italia, si è fatto promotore di un’iniziativa parlamentare per introdurre nel ‘perimetro dell’App18’, la stampa quotidiana e quella periodica, le cui esclusioni rappresentano storture da disattenzione, appare però strano per un ex direttore non essersene accorto prima, ma tant’è.

App 18, è la ridenominazione pop del ‘bonus cultura’, quello introdotto dal Governo Renzi dal Governo Renzi nel 2016, e almeno per ora, ‘sorprendentemente’, conservato anche dall’attuale Governo. Il ‘bonus’ prevede, che al compimento del diciottesimo anno di età, ogni nuovo maggiorenne possa ricevere dallo Stato, il regalo di 500 Euro, da spendere in ‘cultura’: teatri, cinema, concerti, libri, dischi, dvd, corsi di danza, corsi di musica, musei e quant’altro, ma non in quotidiani d’informazione e i periodici.

Per il Senatore in questione, l’informazione, la formazione, l’identità e la lettura sono valori che verrebbero messi in crisi dal dilagare delle news da social, il pericoloso messaggio che ne trarrebbero i giovani, è che ai fini della crescita individuale e collettiva, i giornali non sono cosa più importante di un di un CD o di un corso di ballo..

Ha ragione Cangini, quando afferma che l’importanza d’informarsi per conoscere, è fondamentale per la formazione dei giovani, nonché, aggiungiamo noi, per la qualità della democrazia e della vita delle comunità nella quale si apprestano ad essere componente responsabile, ma se si associa, che sarebbe più viva se fatta su carta, in quanto davvero un’altra cosa, s’impone qualche riflessione.

Prima di essere eletto al Senato, Cangini era il direttore del Quotidiano Nazionale e il Resto del Carlino, ed è immaginabile, che quando smetterà di fare il parlamentare, ritorni alla professione; il suo battersi per introdurre al reddito di cittadinanza e alla quota 100, l’emendamento da lui promosso al decreto, puzza un po’ di conflitto d’interessi, anche se è da escludere, che sia il solo ad averne nel ‘puritanesimo’ di questo Parlamento.

Che l’editoria nazionale d’informazione, viva una stagione di crisi è data dai numeri, non appare congiunturale, anzi il trend evidenzierebbe solo peggioramenti, il capro espiatorio non è o quanto meno non solo, la diffusione delle tecnologie digitali, sempre più apprezzate e usate dalle nuove generazioni, bensì anche la qualità del ‘prodotto’ informativo, per come viene realizzato e divulgato nel sistema multimediale dell’informazione.

Non c’è da stupirsi, se l’offerta d’informazione proposta appassioni sempre meno e soprattutto i giovani, che giustamente tendono a sottrarsene per cercare di costruirsene una propria. Conviviamo con un eccesso d’informazione e l’esagerazione dell’informazioni le uccide, così ammoniva il matematico Jhon Von Neumann, se poi l’informazione viene surrogata con la sovrabbondanza di cronaca che fa ampio ricorso a rappresentazioni caricaturali dei fatti politici e sociali, le conseguenze sono: il più alto livello di disinformazione popolare a livello europeo, e le schizofreniche contraddizioni di consenso maggioritario per chi sta governando e per converso un altrettanto maggioritario dissenso per le decisioni assunte e che dovrebbero qualificarne l’azione, bah.

Se il sistema è in crisi di lettori, d’inserzionisti e di credibilità, più che illudere e illudersi di provare a rimuovere ex lege il meditato ripensamento dei giovani, sarebbe più opportuno immergersi in una profonda riflessione e interrogarsi, sul come mai, prestigiosi quotidiani come il New York Times, crescono in termini di fidelizzazione sia nelle edizioni cartacee, (oltre un milione di abbonati) sia nelle edizioni digitali (oltre 3 milioni), e perché il Washington Post nato nel 1887, per intendersi quello dello scandalo Water Gate, che mandò a casa il Presidente degli Stati Uniti Nixon, , abbia sentito l’inderogabile esigenza di sottotitolarsi con ‘ Democracy dies in darkness ’ e per enfatizzandolo lo ha proiettato durante il più importante evento sportivo dell’anno per gli USA.

Nel Bel Paese, pur essendo usciti dal secolo dell’ideologie, l’informazione non riesce a liberarsi dal condizionamento di proporsi secondo gli usurati schemi di pregiudizio piuttosto che privilegiare l’etica dell’indipendenza per la correttezza informativa, che per essere tale, non può che differenziarsi dal l’utilitarismo, che ha come presupposto, l’aggregazione per l’occasione o nel tempo, di masse erratiche e per concorrere a identificare il popolo in platee da consensi e dissensi, la cui misurarsi è il ‘televoto’.

La perpetrazione di questa ridotta informativa, induce all’omogeneità nel fare ‘cronaca’, e induce a complicità nella mistificazione dell’antitesi popolo élite, che consente di sottrarsi al rischio d’identificazione in casta per le presunte responsabilità del pregresso, e affiancare così i nuovi governanti nel mistificato concorso di di nuova élite che non deve apparire come tale.

La promozione di una proposta informativa così difettosa per i giovani appare anacronistica, i giovani propendono per modelli di selettività, autogestendosi nel confronto e nel dibattito che avviene negli spazi più privati della rete, piuttosto che nelle tradizionali community: Facebook e Wats App, perché ciò consentirebbe di approfondire gli argomenti con maggiore flessibilità e minori pregiudizi, senza esporsi agli altri con affermazioni che potrebbero essere percepite come definitive.

Invece, se si guarda con disincantato alle dinamiche del nostro sistema d’informazione cartaceo e televisivo, non può sfuggire il persistere degli antropologici condizionamenti: le finalità economiche degli stockholder di riferimento, il continuismo, nonostante che nel terzo millennio siano diventati assai meno rilevanti, i pregiudizi ideologici, il narrare i fatti in controluce con la pretesa di dettare la linea politica, e ‘last’, ma forse ‘the least’, l’anacronistica connivenza con le ‘note’ artatamente prodotte dagli ‘attori protagonisti‘ della vita pubblica e sociale, che vengono fatte diventare il quotidiano soggetto per gli ‘show’ multimediali, dove ad andare in scena è la promiscuità tra informazione e politica, nell’errata presunzione che qualità dell’informazione e verità, debbano inevitabilmente sgorgare dalla sintesi del contrasto tra diversi pregiudizi.

La qualità dell’informazione dovrebbe scaturire dalla valorizzazione di identità che si costruiscono e si consolidano attraverso il coraggio di declinare il mondo della quotidianità umana, tra le intenzioni della vita e le intenzioni del sistema nel quale la vita è inserita, per il cui perseguimento, la ricerca della verità, non può che essere scevra da qualsiasi pretesa del consenso che si vorrebbe perseguire.

Ciò che serve ai giovani per poter capire quello che potrà essere la vita per loro, è solo l’insieme delle verità, per consentire di poter esprimere la loro libera espressione di vita, anche e soprattutto se può essere indirettamente una minaccia politica, e augurarsi che qualsivoglia abbonamento a quotidiani e periodici preveda a mo’ di chiave di lettura una copia del saggio di Vàclav Havel, ‘ Il potere dei senza potere’, antitesi culturale a ogni mood di destra quanto di sinistra di propensione di usare l’informazione a fini egemonici. Caro Senatore, se le cose non mutano, forse per i giovani potrebbe essere più salutare un abbonamento a un corso di ‘salsa o cachaca’, che quello alla maggioranza dei quotidiani.

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La condanna definitiva del Celeste dalla giacca arancione

La condanna definitiva di Formigoni , il celeste dalla giacca arancione , ha messo la bollinatura ad un regime in regione Lombardia che dura da 25 anni . Trovo incivile e primitivo sbattere in galera un uomo di 71 anni per quanto colpevole  , è uno dei sintomi della malattia,spero reversibile, che sta colpendo duramente l’Italia. Il regime che dura da 25 anni in Lombardia , prevalentemente imperniato sulla sanità ha visto in Formigoni il migliore attore. Il Celeste aveva una visione , ha dato alla Lombardia una dimensione internazionale cosa che i suoi successori ,politicamente scialbi, non hanno fatto. Ha cercato di fare molte cose , forse troppe e i risultati sopratutto nei trasporti ma non solo, si sono visti in seguito …(il treno deragliato a Pioltello, il ponte crollato ad Annone ) . Formigoni ha rappresentato con successo l’orgoglio lecchese e lombardo dell’efficienza .Ma i giudici hanno solo fatto il loro lavoro .Quello che è mancato in questa vicenda giudiziaria è l’onore delle armi che gli andava concesso in sede di applicazione della pena. Dalla vicenda di Formigoni non ne esce bene nemmeno la Lega Nord quella di Roma ladrona per intendersi , che è sempre presente , siede al governo, condivide le responsabilità politiche , ma sul più bello si defila anche se succede a casa sua. Un caso di doppia personalità politica. D’altro canto questi signori godono di una solida maggioranza difficilmente scalfibile che si manifesta sopratutto nel voto alpino e prealpino e che l’armata brancaleone del centro sinistra non ha ancora minimamente capito come conquistare , servirà un leader rocciatore ?

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Casa dolce casa

L’osservatorio di una primaria compagnia di assicurazione ha commissionata ultimamente una ricerca sulla casa e la vita famigliare, con l’obiettivo di offrire prodotti in grado di garantire un bene prezioso come la casa. Dallo studio emerge tutto quello che può mettere a dura prova la tenuta della convivenza. Il tubetto del dentifricio lasciato aperto, le luci accese in tutte le stanze, piccoli lavori domestici lasciati a metà o fatti male sono la principale causa di conflitti. Il disordine è l’origine scatenante per il 44% degli intervistati, tra le mura domestiche si litiga anche per i piccoli gesti di tutti i giorni o perché si hanno visioni differenti sulla conduzione della casa (42%) che presuppongano una decisione comune: si può discutere sui gestori da scegliere ma anche su come affrontare eventuali rotture che possano danneggiare l’abitazione. Anche le faccende domestiche sono fonte di scontri: chi non collabora ha il 41% di probabilità di concludere la giornata con un litigio. Il 29% non tollera la violazione della propria privacy e reclama i suoi spazi personali, mentre ci si rivela più tolleranti nei confronti di rumori e musiche ad alto volume: solo il 24% degli intervistati li ritiene infatti il principale motivo di discussione. Ci sono modi per ovviare a questi disagi e risolvere i problemi senza incorrere in spiacevoli conseguenze? Per il 64% degli intervistati la chiave per la riappacificazione è il dialogo. C’è chi cerca un compromesso (45%) e chi accetta il rimprovero e cerca di migliorare (24%). Ci sono poi i più sentimentali, che cercano di addolcire il proprio partner compiendo gesti gentili (21%). Solamente il 3% rientra nella categoria dei pessimisti cronici, di quelli che pensano che i conflitti non si risolvano mai pienamente. Secondo la ricerca, la convivenza può essere messa a dura prova anche a causa dei rapporti con altri familiari, e non solamente con la suocera, come farebbero immaginare anni di commedie . Più di un italiano su tre (33%), infatti, ha ammesso di non essere disposto a convivere con altre persone della propria famiglia, senza fare distinzione tra genitori, fratelli o, appunto, suoceri. Alcuni temono di perdere la propria privacy, per altri potrebbero rappresentare solo un peso, c’è chi sostiene che sarebbero solo ragione di litigio e c’è chi ha dichiarato “che più lontano sono e meglio è”. In ogni caso, il 28% sarebbe disposto ad ospitarli solo in casi di estrema necessità e, specialmente, solo per brevi periodi (16%), legati più che altro a difficoltà economiche o a problemi di salute. E se parenti e amici abitassero lontano e volessero fare una bella sorpresa, magari in occasione delle feste natalizie? Anche in questo caso, gli italiani non avrebbero dubbi. Dai risultati della ricerca i nostri connazionali non fanno distinzione tra parenti e amici: quasi la metà (41%) li ospiterebbe volentieri, ma solo per pochi giorni, mentre il 19% sarebbe ben contento di invitarli a pranzo o cena, a patto che a dormire vadano in albergo. Un 31%, infine, dichiara di essere disposto ad ospitare i parenti per tutto il tempo necessario, dimostrando di rimanere legato alla tradizione. Da questa indagine si capisce, che, come sempre, la famiglia ripete in piccolo le intolleranze presenti nella società. Inoltre un dato interessante è quello dei rumori, evidentemente i comitati contro la movida non riflettono il sentore comune. Indagini di questo tipo, commissionate da aziende che non hanno interessi e pregiudizi ideologici, ma unicamente lo scopo di vendere prodotti, se studiate possono dare tanti spunti alla politica per capire il paese.

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Università cattolica e Politecnico, Nebbia a Milano

Pur convinto, con Franco Volpi, filosofo vicentino mancato nel 2009 a 57 anni, che sia bene procedere con la “ragionevole prudenza del pensiero”, prendo i casi di due istituzioni di calibro e prestigio per fare critiche pesanti, con il dovuto rispetto e senza pretese. 1° L’Università Cattolica di Milano esce con questi risultati di ricerca del suo CeTIF: la nuova sfida del mercato assicurativo è l’Instant insurance; fare piccole polizze, per pochi giorni, via smartphone, senza intermediari. Sono pacchetti assicurativi temporanei per importi contenuti di copertura e di premio. Si acquistano con un clic dello smartphone. Et voilà! La loro caratteristica? Le parti rischiano poco: piccoli rischi con – a ben vedere – alti costi implicati. Conviene? Solo all’assicuratore (fa volumi). Ma, questi è nato nel XIII secolo per andare oltre le Mutue, che coprivano rischi omogenei ripartendo i fondi raccolti: finiti i fondi, finite le garanzie. L’assicuratore copriva con la sua “promessa” (polizza) i grandi rischi dell’iniziativa individuale (innovativa, esplorativa) che la logica delle Mutue rifiutava. È vero, siamo sensibili ai piccoli rischi, ma – riflettiamo – quali conseguenze potrà avere un piccolo danno? I costi implicati rendono conveniente tenerlo in proprio o assicurarlo in altro modo. L’indirizzo di assicurare i piccoli rischi è sbagliato. Ma, la ricerca? Berlusconi direbbe: siamo nel “paradosso del comma 22” (risposte pilotate). Rimangono le domande: a cosa orientare l’assicuratore? Rispondo: ad assicurare i grandi rischi di industry 4.0 e della globalizzazione. Possibile che l’offerta non veda l’esigenza? Rispondo con il caso del Politecnico di Milano. 2° Il Politecnico, santuario laico, ha lanciato anni fa il Cineas, consorzio di formazione alla Gestione del rischio (di cui è cuore la Prevenzione dei danni). Da un po’ annacqua la mission e fa il gambero: dà molto peso alle polizze, mentre tutto invita (persino la legge: la 231/01) a essere responsabili, a investire (nella Gestione) per prevenirli i danni. E perché la Cattolica e il Politecnico sembrano avallare l’indirizzo che orienta a fare volumi finanziari (con poca sostanza industriale) e alla polizza con poca prevenzione, poca Gestione? C’è in corso una lotta (e una crisi). Ci sono ottiche, interessi e sensibilità diversi. Vincono i finanziari e perdono gli industriali? In parte. Soprattutto, il mercato assicurativo è in una significativa crisi: teme il grande rischio perché “collassano” i modi tradizionali di misurarlo (Ulrich Beck); guardare al passato (una volta per tutte) dice sempre meno del futuro; la Statistica, le tariffe, la separatezza spaziale e temporale non misurano più il rischio e riservano amare sorprese (Cigni neri, dice Nassim Nicholas Taleb). E il rischio è una probabilità, una misura; altrimenti è un pericolo (Niklas Luhmann in Sociologia del rischio). Capite? Se sono bazzecole, la Statistica ancora ce la fa, se sono grandi rischi, son dolori. È un dato, per inciso, che manca a tutti gli economisti. Anche a Schumpeter. Come rendere misurati (probabilità) i rischi del nostro tempo? Serve un approccio nuovo (e creativo). Serve, appunto, Gestire i rischi a tutto campo: vederli e valutarli bene; misurarli in ipotesi e poi trattarli a dovere (prevenzione e protezione); quindi ritenerne la parte sopportabile, utile a responsabilizzare, e assicurare i grandi rischi che metterebbero in ginocchio. Per fare questo percorso si deve uscire dagli uffici, valorizzare gli intermediari, stare sul campo, accanto ai diversi soggetti influenti, a osservare bene i processi, a relazionarsi con continuità (raccogliere e dare info), per contribuire alla formazione del rischio, che così possiamo definire (alla Bruno de Finetti) come soggettivo e attivo, relazionale e processuale, in linea retta con il dettato della Meccanica dei quanti: chi si relaziona contribuisce a dare forma all’evento atteso. Ed è la direttiva europea Solvency II a mettere la ciliegina su questa torta. Dice: l’assicuratore è libero d’investire (5.000 miliardi) come vuole, purché sia responsabile; faccia “investimenti prospettici” nelle grandi infrastrutture materiali e sociali determinanti per la formazione dei rischi che ha in casa e che assumerà. Guardi avanti, concentrato e proteso ad anticipare gli eventi. Ecco, la parola magica del moderno rischiare è: anticipare. Ma, la Politica e le grandi PA non dovrebbero prioritariamente occuparsi di queste questioni (organizzarsi per metterle a fuoco, dare vantaggi fiscali, fare governance, ascoltati i competenti)? ——————- “Le modalità di calcolo del rischio, come sono state sinora definite dalla scienza e dalle istituzioni legali, collassano.” Ulrich Beck, La società del rischio, Carocci, ‘00, p. 29

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Apriamo subito la conca di Viarenna

Circa cinque anni fa, esattamente nel giugno 2014, Empio Malara Presidente dell’associazione Amici dei Navigli, Pippo Amato Presidente Amici della Martesana, Edoardo Croci Presidente MilanoSiMuove, Franco Beccari Coordinatore dei Circoli di Legambiente insieme a me in qualità di Presidente dell’associazione Riaprire i Navigli scrivevamo al sindaco Giuliano Pisapia la seguente lettera. “Caro signor Sindaco, siamo convinti che Lei e la Sua Giunta possano concordare con noi che il futuro di Milano dipenderà moltissimo da scelte indirizzate verso una nuova idea di città, verso una città con una diversa qualità della vita e verso uno sviluppo eco sostenibile. Investendo su interventi strategici, che possano inoltre costituire un volano per la crescita dell’economia e dell’occupazione, nella direzione di una maggiore attrattività mondiale della nostra città. Uno di questi progetti riguarda la riqualificazione e il completamento del sistema dei Navigli milanesi e lombardi, su cui si affacciano peraltro molti comuni che faranno parte della futura Città Metropolitana milanese. I milanesi tramite un referendum hanno già chiesto la riapertura dei tratti urbani dei Navigli che in tempi oscuri sono stati chiusi. Certo un’opera complessa, quanto affascinante, che però è già oggetto oggi di tanti studi e verifiche di fattibilità in fase di elaborazione, mentre per quanto concerne le Conche dell’Incoronata e di Viarenna, che potrebbero rappresentare l’inizio di questa grande realizzazione, i progetti in parte ci sono già e i costi per la loro realizzazione sono del tutto compatibili con l’attività dell’amministrazione comunale. L’appello che rivolgiamo a Lei, alla Sua Giunta e al Consiglio Comunale è di inserire nel Piano Triennale delle Opere pubbliche i progetti di riapertura delle due conche, quale segnale chiaro e visibile di scelte che guardano avanti, nelle quali i milanesi si riconoscono e che, siamo convinti, sono anche parte degli obiettivi della Sua Amministrazione. Sottolineiamo il valore simbolico che avrebbe la riapertura delle Conche dei Navigli, quale risposta concreta non solo a tutti i milanesi che si sono recati alle urne per sostenere la riapertura dei Navigli, ma anche per gli abitanti dei comuni della provincia e della Regione interessati, per i quali il ripristino della navigabilità e la riqualificazione dell’intero sistema dei Navigli è parte di un progetto strategico generale milanese e lombardo”. A distanza di cinque anni quella lettera assume ancora più valore. Nel frattempo il Politecnico ha elaborato lo studio di fattibilità, molti studi e verifiche sono stati predisposti anche con il nostro contributo, sulle convenienze economiche e sulla fattibilità finanziaria. Quindi, nonostante alcuni errori che hanno reso più accidentato il percorso, sulla spinta delle convinzioni del sindaco Sala, si sta comunque andando avanti. La decisione di Sala, assolutamente saggia, di avviare la progettazione integrale del tratto da Cassina de’ Pomm alla Darsena, lasciandosi alle spalle il progetto delle cinque “tratte” che tanta confusione ha arrecato alla linearità del percorso, non deve impedire di fare subito ciò che si può. Infatti, in attesa delle definizione del progetto integrale di MM e di un progetto finanziario complessivo, si può ritornare in qualche modo allo spirito della lettera di cinque anni fa, per riaprire la Conca di Viarenna e magari anche il tratto del Naviglio Martesana in via Melchiorre Gioia. Due interventi che possono essere stralciati dal progetto generale ed essere avviati subito, per più di una ragione. Intanto perché entrambi non hanno bisogno della “connessione idraulica sotterranea” prevista per la realizzazione delle cinque tratte e perché rappresentano comunque, a monte e a valle dell’intera riapertura dei Navigli, l’inizio coerente del progetto generale. Più facile certamente è la Conca di Viarenna, come estensione della Darsena, secondo il progetto già predisposto anni fa dall’architetto Empio Malara, già approvato dal Comune e dal Municipio 1, e inserito da tempo nel Piano Triennale delle Opere Pubbliche, con uno stanziamento relativamente modesto di circa 10 milioni di euro.

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L'autonomia sovranista

Da queste colonne si è sempre sostenuta la convinzione che un modello di autonomie condiviso, consentirebbe al Paese di uscire da quella perdurante condizione di difficoltà e spesso d’incapacità nel reggere il confronto con le dinamiche delle reti che segnano i veri confini delle comunità.

La preservazione dell’unità, l’estensione delle con l’introduzione di quelle differenziate, il federalismo che s’invoca più per l’Europa che per il Paese, non sono mai state oggetto di una riflessione compiuta e condivisa, sia per la strumentalizzazione dei pregiudizi ideologici, e sia per le convenienze a lasciare tutto come sta.

In fondo, il primo tra i moderni promotori di Federalismo, il professor Miglio, fu ben presto ‘sedato’, perché il suo partito stava al Governo, e la possibilità di ‘schisciare’ i bottoni centrali, mal si confaceva con il dover condividere potestà, per di più in coincidenza con la presa di potere nei governi regionali; comunque si poteva fare marketing politico ricorrendo al folclorismo: le ampolle del Po, il Parlamento padano, he il rituale degli happening sul pratone di Pontida.

La lunga crisi economica, la ‘transnazionalizzazione’ di alcune potestà, le difficoltà fiscali di un Paese gravato da un enorme debito pubblico con differenti capacità di reazione alla crisi territori, ha seconda dei territori ha indotto a rilanciare la centralità dell’autonomia, vedasi i referendum sull’autonomia, e di proporla a rango di questione centrale. Ma oggi come allora, i promotori dei referendum sono al Governo, e la pretesa di autonomia, continuando ad essere orfana di una visione più ampia di prospettiva, assume la configurazione di una opportunità legislativa tecnico-burocratica, di grande portata, che non può che far sotto intendere l’esigenza di revisione dei principi di solidarietà che sono alla base della convivenza nazionale.

Una convivenza oggetto di critiche da Nord a Sud ma anche da Est e Ovest, che ha funto da alibi legittimatorio nonché inibitorio di qualsiasi iniziativa che potesse stimolare e responsabilizzare le classi dirigenti territoriali a predisporsi in modo coerente, per affrontare il divenire dei fenomeni, di provenienza sempre più esogena al loro sistema di riferimento, sempre più complesso da ricondurre al perenne assistenzialismo.

Dopo Miglio ieri, oggi è una altro saggio, Piero Bassetti, studioso assiduo delle sempre più inevitabili contaminazioni tra fenomeni e funzioni globali sul locale, che pone una riflessione ineludibile per la politica del Paese e le sue istituzioni, il voto del 4 marzo mette inequivocabilmente in discussione il Paese centralizzato e post risorgimentale, da una parte,c’è un ‘centro destra che vuole lo Stato, e dall’altra il Movimento 5 Stelle che vuole solo i soldi dello Stato’, una divergenza, che per ora si è ricomposta nella convergenza sui soldi da prevelare per distribuire i dividendi elettorali, ma che non può più essere mantenuta per il futuro.

Se un pezzo del Paese, guarda alle modalità di accesso alle assistenze, l’altra parte contesta la politica dei dividendi e preme perché la perversione del sistema venga spezzata, gli scenari sono mutati, alla globalizzazione non ci oppone con adunate e politiche del no a priori, la riproposizione dello Stato imprenditore, è un velleitario ‘deja vue’ ideologico, che non risolve né i macro problemi del lavoro e nè quello della produttività e dei costi sociali.

In Italia la questione differenziale dei territori è latente da tempo, avrebbe dovuto suggerite la riflessione approfondita, sulla corrispondenza dell’ ingegneria istituzionale e relative attribuzioni funzionali, sulla loro corrispondenza alle esigenze della democrazia moderna che sollecita inclusione e condivisione, ma anche produttività, perché sempre più stratificata e interconnessa tra livelli istituzionali diversi: Unione Europea, Regioni, Grandi Comuni, ognuno dei quali strategicamente incidente sulla vita delle comunità.

Il presupposto, è l’ inevitabile condivisione e suddivisione di poteri e di funzioni tra istituzioni, da perseguire in un quadro di coerenze con la complessità dei processi relazionali per il perseguimento delle indispensabili autonomie e per rimuovere le prassi, che assistenzialismo sociale e fiscale possa continuare a configurarsi come il jolly per risarcire o scambiare voti.

Ma nel processo per realizzare l’autonomia, non si può non tener conto del modello di Stato a cui si tende, se a prevalere è la visione sovranista, l’architettura funzionale che ne consegue rischia di riprodurre le stesse caratteristiche e di difetti, e la transizione tra Stato e Regioni, si riduce, come sta avvenendo oggi, a riprodurre un secondo livello di dirigismo sovrano. Il processo per l’autonomia non può quindi prescindere da quale Europa s’intende, se quella degli Stati o quella dei territori e delle città urbanizzate, perché se a prevalere fosse la concezione sovranista l’autonomia che ne consegue non può essere quella giusta.

Si ha l’impressione che a prevalere sia la suddivisione sovranista, che riproponga paro pari la sottovalutazione delle differenze istanze dei territori, che non sono geografiche bensì funzionali, istanze diverse chiedono potestà e rappresentanze diverse.

Il processo in corso per l’autonomia differenziata, legittima chi la considera una forzatura, se rapportata alla Costituzione e al suo spirito, il percorso adottato ne ha tutto il sentore, perché i vertici si fanno tra Stati e non tra istituzioni, soprattutto se chiamate a sottostare al Parlamento, che così possono indurre far a considerare che l’autonomia ipotizzata possa essere non condivisa dal Paese.

La carenza del disegno complessivo è oscura, non può esaurirsi nel succinto elenco indicato nei referendum, si deve indicare il fine, elencare i vantaggi complessivi per il sistema, le relative devoluzioni preventive, il modello organizzativo attuativo con relativa predisposizione, i termini di vantaggio per le due comunità: quella territoriale e quella nazionale. Da queste esigenze, l’informazione preferisce astrarsi, privilegia a sintetizzare il tutto nel calderone della quotidianità degli scontri all’interno della maggioranza, e dedicarsi al calcolo delle probabilità sulla tenuta del Governo, ma intanto il Paese continua a patirne le conseguenze, a premunirsi in proprio contro le paure vere, come stanno a dimostrare i 1371 miliardi che stazionano nelle banche nazionali, perché non dove poterle indirizzare.

Gli autonomisti convinti e quelli di complemento sono pronti a privilegiare il piuttosto che il niente, ma se ciò vale in molti altri casi, non deve valere quando di mezzo ci sono le regole e le funzionalità della democrazia per la qualità della vita delle comunità, il limitarsi al piuttosto può essere assai pericoloso, ha ragione il Sindaco di Milano, quando invita Governo e Regioni a fermarsi, e spiegare bene al Paese, scelte e conseguenze.

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Quota 100 : 20 giorni 50.000 domande

Finalmente si iniziano ad avere i primi dati su uno dei due provvedimenti cuore dell’alleanza giallo verde. In circa 20 giorni sono quasi 50.000 le domande di pensionamento presentate con una predominante presenza maschile: circa 38.000. Due le città che guidano la classifica Roma con 3875 e Napoli con 2393 domande . Milano è a quota 1895. Mentre per quanto riguarda il Reddito di cittadinanza i dati sono ancora una nebulosa . Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio il 37% dei nuclei famigliari sarebbero svincolati da qualsiasi impegno, il 37 % sarebbe inserito nel percorso di inclusione gestito dai comuni e solo il 26% (circa 330.000 famiglie) sarebbero inserite nel percorso lavorativo. Infatti in base al testo del decreto le famiglie aventi diritto formate esclusivamente da componenti già occupati oppure che si trovano in condizioni di non occupabilità (minorenni, studenti, anziani, disabili o con carichi di cura), possono percepire il reddito di cittadinanza senza condizioni. Come si vede rimane importante e fondamentale il ruolo dei Comuni che dovranno gestire in prima persona una fase primaria del Reddito di Cittadinanza. E proprio a questo proposito i Comuni stanno in questi giorni esprimendo tutta la loro perplessità sui vari passaggi burocratici che potrebbero riguardare un numero altissimo di domande . Secondo infatti i Sindacati e i CAF le domande per l’area Metropolitana di Milano potrebbero arrivare a 200.000. Un numero praticamente ingestibile in pochi giorni sia da parte dei Comuni che dell’INPS.

P.S. Il decreto è stato approvato il 17 gennaio e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 29 Gennaio : ad oggi siamo ancora in attesa della conversione in legge

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