La coerenza riformista del centrosinistra e l'opportunismo leghista

Possibile che Maroni e Zaia (quanto a Bonaccini, lo diamo per scontato) si fidino più dei governi di centrosinistra che di quelli dell’area politica di appartenenza? Possibile che al di là del marketing politico del referendum con quorum (in Veneto) e senza quorum (in Lombardia), si guardasse con fiducia alla coerenza riformista dimostrata dal centrosinistra, dalla riforma del Titolo V del 2001, sino alla pre intesa firmata mercoledì a Palazzo Chigi? La suggestione arriva da un articolo dell’on Paolo Giaretta e la prendo in prestito come provocazione che intendo restituire ai lettori.

Aggiungo a tal proposito qualche considerazione. La prima: un poco d’incoerenza da parte di qualcuno. Ricordiamo tutti l’epopea della Lega (fino a pochi mesi fa Lega nord), i proclami secessionisti, la marcia lungo il Po, il Parlamento padano, il rinnovato vigore del 2007 quando, nel secondo governo Prodi, Lombardia e Veneto (Formigoni e Galan) presentano proposte di avvio del negoziato con Roma. Sarebbe stato facile attribuire l’arresto della trattativa proprio alla caduta del governo Prodi nel 2008. Ma si poteva immaginare, subito dopo, una congiuntura politica più favorevole? Zaia, vicepresidente della giunta Galan, era diventato ministro (dell’Agricoltura). Eppure Galan e Formigoni non diedero seguito agli intenti. L’autonomia, tanto veneta quanto lombarda, venne chiusa in un cassetto, salvo poi tornare d’attualità nel 2014, questa volta con la richiesta di referendum che, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2015, sarà celebrato il 22 ottobre 2017. Eppure, già nel 2001, vale a dire proprio dalla riforma costituzionale del Titolo V, la Carta stabiliva con chiarezza che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia (…) possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata”. Su iniziativa della Regione interessata, cioè con atti conseguenti. L’ha dimostrato molto bene la Regione Emilia Romagna che, con una semplice risoluzione del Consiglio regionale (e a costo zero), ha ottenuto gli stessi risultati di Veneto e Lombardia.

La seconda considerazione: molta coerenza da parte di qualcun altro. È un cerchio che si chiude ricordando la precisione di Giotto, infatti, quello tracciato dal sottosegretario Gianclaudio Bressa, nel 2001 estensore del comma dell’art. 116 della Costituzione (proprio quello ai sensi del quale si è raggiunta una pre intesa) e oggi, appunto, negoziatore in rappresentanza del governo Gentiloni. L’idea era venuta al giovane sindaco Bressa, primo cittadino di Belluno, nel confrontarsi quotidianamente con le difficoltà di una località stretta tra territori a statuto speciali. Gli accordi firmati a Parigi da De Gasperi e Gruber non potevano certamente varcare i confini delle autonomie. Come fare? Ai tempi della Bicamerale di D’Alema, l’idea iniziale di un’autonomia differenziata si trasforma allora nell'”emendamento Bressa”, votato in commissione solo dal firmatario, Boato e Zeller. Ma in aula il relatore D’Alema ha dimostrato di crederci, lo ha fatto proprio, ed è stato votato. Dalla riforma del Titolo V alla firma di oggi in sala Verde a Palazzo Chigi, il salto è stato tutt’altro che breve. Ma ci siamo arrivati.

Al netto delle derive propagandistiche a cui, talvolta, abbiamo assistito, lo spirito collaborativo del confronto è stato garantito sia dal governo che dalle Regioni durante questi mesi. Maroni chiude la legislatura lanciando un appello: l’autonomia e il federalismo siano in cima all’agenda del prossimo governo di centrodestra. In attesa di capire se ci sarà (e quale) un governo alla testa del Paese, ci culliamo nel primo risultato raggiunto, ricordando che l’accordo è istituzionale, non politico. Ma il timore è che, come nel 2008, una volta che si sarà depositata la polvere della campagna elettorale, tutto ritorni ad essere chiuso in un cassetto. Qualcuno, a quel punto, dovrà motivare.

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