Lo spread e il paese dei balocchi

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Pentastellati e leghisti, pronti a comporre una maggioranza di governo, scherzano col fuoco, parlano di cose che non conoscono, dimostrano un’impreparazione preoccupante su mercati, articoli della Costituzione, banche, finanza e Comitato di Basilea. Il contratto di cui si è ampiamente parlato in questi giorni, nelle diverse versioni che escono a getto continuo, mette paura. Come ha scritto il docente della Sda Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè, “qui siamo a un orrendo tribalismo sanfedista, a una società cupa, chiusa e impaurita, al feticcio dell’arma e della gogna (manette agli evasori, ndr). Che Italia povera, spenta e perduta”.

Il responsabile economico della Lega Claudio Borghi, famoso nel bloccare su twitter chi non la pensa come lui, si sta facendo conoscere con delle dichiarazioni abnormi. Solo nel mese di aprile, sosteneva che l’Argentina era un esempio di paese con crescita economica dovuta alla sovranità monetaria. Come è noto, l’Argentina, dopo anni di stagflazione, è vicina a un nuovo default. L’ultima uscita di Borghi si commenta da sola: “I mercati non capiscono l’economia”. La Lega e il M5s hanno l’antieurismo come collante di fondo. Secondo loro, basta uscire dall’euro, stampare moneta e d’incanto i nostri problemi sono risolti.

Borghi al Corriere della Sera ha detto: “Una cosa è certa: i cittadini si accorgeranno del cambio di passo. Perché noi non faremo finta. Non faremo quelli che vanno in Europa e tornano dicendo “ci hanno detto di no”…Noi vogliamo abolire il Fiscal compact, vogliamo superare l’equivoco del “non ci sono i soldi”.

Ah sì, torniamo a spendere, in deficit, madama la marchesa. Tanto ci penserà la generazione successiva a coprire i buchi di bilancio. Sforiamo i parametri di Maastricht, chissenefrega. Nel contratto – guai a parlare di accordo anche se l’art. 1321 del Codice Civile (lo conoscono?) dice che il contratto regola un rapporto patrimoniale (e la dimensione politica?) – non si specifica dove verranno trovate le risorse (alias coperture) per modificare la legge Fornero, la più importante riforma strutturale compiuta dall’Italia negli ultimi dieci anni. Con una spesa pensionistica superiore al 16% del Pil (e nei prossimi anni ancora in aumento), con l’aspettativa di vita crescente, pensare di lavorare meno e abbandonare il lavoro prima (con le regole del sistema retributivo, peraltro) è una follia.

Siamo il malato d’Europa, cresciamo da 25 anni meno degli altri Paesi non per colpa dell’euro, ma per problemi strutturali che non vogliamo affrontare: bassa produttività, limiti alla concorrenza, mercato del lavoro disegnato male, giustizia che non funziona, rendite che prevalgono sui profitti. Se invece di mettere ordine nei conti, risanare il bilancio pubblico, ridurre deficit e debito, vogliamo lasciare l’Europa, saranno in molti a lasciarci fare, ricordando i bei tempi, quando si poteva dialogare con Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi.

Il sociologo Giuseppe De Rita nel 2011 nell’”Eclissi della borghesia”, scriveva mestamente che persa la qualità della mitezza (tanto cara a Norberto Bobbio), “in Italia si è eclissato anche il governo dei Miti, quelli per esempio con i quali gli italiani, con un impegno comune, sono cresciuti dal dopoguerra a oggi: la ricostruzione, lo sviluppo economico, il territorio, l’industrializzazione, il made in Italy, la globalizzazione, l’ancoraggio in Europa”.

La coalizione giallo-verde dimostra di non sapere che il “miracolo economico” è stato realizzato grazie a scelte ben precise di politica monetaria decise in Banca d’Italia da Paolo Baffi e Donato Menichella, approvate (con fatica) da Luigi Einaudi, dirette a sradicare il fenomeno inflazionistico. Dopo la stabilizzazione dell’estate 1947 (preconizzata da Baffi nel rapporto Jacobsson del luglio ’47), seguirono quindici anni caratterizzati da quasi assenza di inflazione, alto tasso di sviluppo, buon andamento della bilancia dei pagamenti, e moneta forte (Oscar alla lira nel 1960).

Come si fa a pensare oggi di volere adottare politiche dirette a creare un’iperinflazione, a uscire dall’euro (la nostra salvezza) e tornare alla lira (che varrebbe come il peso argentino, ogni giorno di meno)? Bisogna amare la follia, vivere in uno “splendido isolamento” e vantarsi di essere irresponsabili.

Anche Pinocchio ha provato il Paese dei Balocchi col suo amico Lucignolo: “Lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola, e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica”. Dopo cinque mesi Pinocchio una mattina si sveglia con una brutta sorpresa. È diventato un asino.

Sentite la preveggenza di De Rita: “Senza il governo dei miti e dei Miti, la politica perde un orizzonte di lungo periodo e si appiattisce nella palude della società che rappresenta”. Anche nel 1994, il ministro degli Esteri Antonio Martino tuonò contro l’Europa. Fortunatamente il governo Berlusconi cadde dopo soli sei mesi e l’Italia – Paese fondatore della UE – riprese la politica europeistica.

Questa volta ci può salvare solo lo spread, che misura la credibilità del nostro Paese. Più gli investitori sentiranno “parole in libertà”, più lo spread salirà (CA Ciampi si rivolta nella tomba), costringendo a modificare l’azione di governo. Inutile dire “ce ne freghiamo dello spread”, perché oltre il 30% dei titoli di Stato italiani è in mano a non residenti. Senza contare che ogni mese per far quadrare i conti, il Tesoro (oggi Mef) deve organizzare le aste dei BTP per pagare pensioni e stipendi. Salvini e Di Maio sono consapevoli che parte del gettito fiscale dei contribuenti serve per pagare gli interessi sul debito?

Alessandro Di Battista ha invitato – non si sa se ridere o piangere – a non ascoltare “le velate minacce dei congiurati dello spread terrorizzati dall’ipotesi di un governo che torni ad occuparsi dei diritti economici e sociali degli italiani”. No, è diverso. Tanti italiani sono preoccupati di aver lasciato il timone della nave in mano a gente come Schettino.

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Votate chi volete ma non i grillini, incompetenti, presuntuosi, arroganti. Uno vale uno è una boiata pazzesca

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Scoraggiati, disincantati, senza speranze. Sono molti gli italiani che non pensano di andare a votare. Dopo essere stati delusi dalla destra e dalla sinistra, tanti si sono gettati nelle mani del Movimento 5 Stelle, la demagogia ai massimi livelli. Il leader del M5s è Gigi di Maio, il cui curriculum parla da solo. E’ un miracolato dalla politica. Da stewart allo stadio San Paolo di Napoli alla vicepresidenza della Camera. Ogni sera credo che guardandosi allo specchio, rida come un pazzo, gridando “Ma come ho fatto ad avere tanto seguito con le banalità che dico!”.

Uno vale uno: questo è il motto senza senso del Movimento 5 Stelle. Per dire, Ciampi, Baffi Federico Caffè, Raffaele Mattioli, Enrico Mattei, valgono la Taverna, Di Battista, o Giggino di Maio. La demagogia al potere. Come diceva Eugene Ionesco ai giovani manifestanti nel 1968: “Tornate a casa, tra qualche anno sarete tutti notai”.

Ultimamente il M5s si è superato. Ha bocciato la richiesta di intitolare una piazza a Livorno a Carlo Azeglio Ciampi, un grande italiano, perchè “banchiere”. Una carriera inadeguata. Non tutti sanno che Ciampi non si laureò in economia, ma il lettere, con una tesi su Favorino d’Arelate, filosofo e oratore Greco antico. Successivamente Ciampi prese la seconda laurea in giurisprudenza scrivendo una tesi sul diritto delle minoranze religiose. Riprendo Mattia Feltri che sulla Stampa ha riassunto bene la vicenda Ciampi:

Che cosa è la democrazia? La democrazia è quel sistema che, per esempio, attribuisce a sedici stimabilissimi signori, il cui contributo alla causa dell’umanità è momentaneamente ignoto, ed eletti sulla fiducia, o sulla sfiducia per gli altri, al consiglio comunale di Livorno per i Cinque Stelle, di decretare il concittadino Carlo Azeglio Ciampi indegno dell’intitolazione di una rotonda sul lungomare.

Non lo si dice per instillare dubbi sulla democrazia. Lo si dice, anzi, per esaltarne le virtù. Che altro, se non la democrazia, avrebbe consentito a questi sedici volenterosi escursionisti delle istituzioni di ergersi a giudici di Carlo Azeglio Ciampi? Si doveva dunque decidere se intitolare la rotonda livornese al candidato e, analizzato il curriculum (diploma alla Normale di Pisa, allievo di Guido Calogero, renitente alla Repubblica di Salò, partigiano, fondatore del partito d’Azione a Livorno, segretario generale di Bankitalia poi vicedirettore generale poi direttore generale poi governatore, ministro del Tesoro, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica) il Movimento lo ha ritenuto insoddisfacente. Che ci volete fare? Un po’ lacunoso, poco cristallino. «Ha lavorato per le banche». «Ha contribuito all’ingresso nell’euro». Un po’ troppe macchie, insomma. Ha persino «reintrodotto la parata militare», e lì nemmeno Perry Mason avrebbe salvato la reputazione dell’aspirante. E se trovate tutto ciò molto ridicolo, trattenetevi. E’ solo la democrazia che conferisce alcune facoltà. Non quelle mentali, però.

Ciampi, secondo i grillini, rappresenta la “finanza brutta e cattiva”. Senza un efficiente sistema finanziario, non c’è sviluppo economico, come la storia italiana degli ultimi 30 anni dimostra. A furia di considerare la finanza un nemico, siamo qui a misurare ogni anno il differenziale di crescita rispetto a tutti i Paesi europei e mondiali.

Tempo fa Filippo Ceccarelli su Repubblica ha ripreso il parallelo di Di Maio, che con uno slancio interiore si è paragonato a Sandro Pertini. Gustatevi le analogie:

“Il mio modello è Sandro Pertini” ha dichiarato Luigi Di Maio a Vanity Fair.

Aggiungendo: “È stato presidente qui alla Camera e io ho l’onore di sedere sullo stesso scranno”. Il proposito di imitare il Presidente più amato dagli italiani è lodevole, e in effetti non si può negare che lui oggi ogni tanto si sieda nello stesso posto dove quarant’anni fa sedeva Pertini. Solo che quello era presidente della Camera e lui solo il vicepresidente di turno: ma non mettiamoci a spaccare il capello in quattro.

Ora, non sappiamo cosa farà in futuro il deputato Di Maio, candidato in pectore a Palazzo Chigi. Però sappiamo quello che ha fatto finora. Proviamo a confrontare la sua biografia con quella del suo modello politico, perché magari qualche dettaglio rivelatore ci è sfuggito, e siamo davvero di fronte al nuovo Pertini. Vediamo.

A 20 anni Pertini combatteva come sottotenente, e guidando un assalto nella battaglia della Bainsizza ottenne una medaglia d’argento al valor militare.

A 20 anni Di Maio faceva lo steward allo stadio San Paolo, e a volte accompagnò al suo posto persino il presidente del Napoli, De Laurentiis.

A 24 anni Pertini, ispirandosi alle posizioni di Filippo Turati, aderiva al Partito Socialista e veniva eletto consigliere comunale a Stella.

A 24 anni Di Maio, ispirandosi ai Vaffa-Day di Beppe Grillo, aderiva al Movimento 5 Stelle e si candidava al Consiglio comunale di Pomigliano d’Arco, ma non veniva eletto, ottenendo solo 59 preferenze.

A 26 anni Pertini prendeva la sua prima laurea, in Giurisprudenza. La seconda, in Scienze sociali, l’avrebbe presa due anni dopo.

A 26 anni Di Maio era iscritto alla sua prima facoltà, Ingegneria. La seconda sarebbe stata Giurisprudenza. La laurea non l’avrebbe presa in nessuna delle due.

A 27 anni (dopo la marcia su Roma) Pertini cominciava la sua militanza antifascista, che gli sarebbe costata l’arresto, sei anni di prigione e otto anni di confino.

A 27 anni Di Maio, dopo aver raccolto 189 preferenze alle “parlamentarie” del M5S, cominciava la sua carriera alla Camera che gli sarebbe valsa cinque anni di indennità parlamentare.

A 30 anni Pertini, dopo un comizio, veniva assalito dagli squadristi, che gli ruppero il braccio destro.

A 30 anni Di Maio, dopo un comizio, trovava la fiancata sinistra della macchina rigata con un chiodo.

A 31 anni Pertini era in esilio in Francia, adattandosi a fare anche il muratore pur di continuare la sua battaglia contro Mussolini, e intanto stampava volantini e giornali contro il fascismo.

A 31 anni Di Maio era in missione permanente in tv, adattandosi a fare anche l’ospite fisso nei talk show pur di combattere la dittatura del Pd, e intanto accusava esplicitamente Renzi di aver occupato lo Stato “come Pinochet in Venezuela “.

Fermiamoci qui, perché soltanto questi anni possiamo confrontare. Provate voi a farlo da soli. Ricordate “Trova le differenze” sulla Settimana Enigmistica? Ecco, qui bisogna fare al contrario: “Trova le analogie”. In bocca al lupo.

Cari amici e amiche,

chi si candida a ruoli importanti senza avere la benchè minima competenza è disonesto dentro. Altro che portare avanti il messaggio di “Onestà”. L’imbarazzante mediocrità della giunta romana guidata da Virginia Raggi è davanti ai nostril occhi. Il reddito di cittadinanza è l’ennesima illusione per i nullafacenti (leggasi intervento di Francesco Giubileo su lavoce.info). E’ un incentivo a non darsi da fare. Saranno in molti a sognare di vivere alle spalle degli altri. Chi paga per tutti questi sussidi non condizionati? Pantalone, ossia il contribuente.

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