“A change is gonna come”…l'era delle pistole ad acqua

Quando Sam Cooke scrisse questa canzone nel 1963, fu anche per rispondere alla domanda che Bob Dylan pose nella sua Blowing in the wind: “How many years can some people exist, before they’re allowed to be free?”. Nel 1964 Sam fu ucciso e questa canzone divenne immediatamente l’inno del Movimento dei Diritti Civili. Oggi, il cambiamento promesso e promosso in Italia dal nuovo governo verde-giallo, che nulla ha a che fare con il brio calcistico verdeoro, assume una connotazione drammaticamente diversa da una delle canzoni più coverizzate della storia. Un cambiamento nero che toglie dignità alle persone e allo Stato italiano; quella stessa dignità che ci siamo conquistati sgomitando strenuamente nelle istituzioni europee ed internazionali. Un cambiamento che tocca il diritto primario degli esseri umani: il diritto di esistere. Questo governo non smette mai di stupirci. Dichiarazioni sconcertanti, contratti programmatici autoritari, intenzioni distruttive, oscurantiste, totalitarie. Un governo con due Vice Presidenti in preda al delirio di onnipotenza e alla megalomania. Un governo caratterizzato da un ministro dell’interno che fa dichiarazioni in nome della Lega, che mette a rischio un intero paese e che, ancora, non capisce che la sicurezza degli italiani, di TUTTI gli italiani, è nelle sue mani. Non si rende conto che le sue dichiarazioni, i suoi ordini di schedare cittadini che srotolano striscioni in nome di Regeni o cittadini che vanno a manifestare, contribuiscano a regalare agli odiatori del web e nella vita reale, un senso pericolosissimo di impunità. Non capisce quanto ci faccia orrore la parola “censimento”. Lo stesso ministro dichiara, spavaldo, di non accontentarsi di chiudere i porti ai profughi, ma afferma di voler porre dazi sul riso basmati asiatico – per accreditarsi il consenso degli agricoltori italiani – ignorando che lo stesso chicco, non passa per i porti italiani, ma dal Nord Europa e che la partita debba essere giocata a Bruxelles e non in comizio. Ma, in fondo, nella loro logica perversa, tutto questo non conta. Conta la dichiarazione ad effetto, conta il suo riscontro elettorale, il suo impatto comunicativo, non certo la veridicità dei contenuti. Un governo con un neo-ministro della famiglia che non riconosce la famiglia arcobaleno, definendola “schifezza” e gettando cosi, centinaia di bambini nell’incertezza, con il rischio di non poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri. Un governo con un neo-ministro della cultura che decide di cancellare il bonus di 500 euro ai diciottenni, precedentemente varato dal governo Renzi, dichiarando che è meglio comprare un paio di scarpe. Scarpe. Cinquecento euro. Un ministro della cultura che taglia i fondi alla cultura, una specie di autocastrazione. Che cambiamento porta un esercito di sottosegretari e viceministri con un putiniano agli esteri; un negazionista dello sbarco sulla luna e uno che definisce rivoluzionaria la strage di Falcone e Borsellino agli interni; uno che dice “boia chi molla” alla difesa; una che dice a proposito di referendum sull’euro: “Si può fare. Cosa sceglierei tra sì e no? Non si dice cosa si vota” al MEF; uno che mette in dubbio il valore del 25 Aprile, alla presidenza del consiglio dei ministri. L’opposizione deve svegliarsi, basta rispondere ad ogni idiozia sparata dai ministri. È arrivato il momento di agire. Mettere a fattor comune le diverse sensibilità per definire un campo d’azione condiviso fondato sui valori della sinistra. Dobbiamo riscrivere una strategia unica e forte, per contrastare questo “cambiamento”. La sinistra ha il dovere di ricompattarsi, di stringersi in una formazione a testuggine che superi le logiche del consenso e restituisca la dignità ad una Nazione umiliata. Deve arginare questo governo risultato da una mancanza totale di visione e di progetti per il futuro. Che l’opposizione ci salvi dall’orda selvaggia e che ci svegli da questo incubo. “It’s been a long, a long time coming But I know a change is gonna come, oh yes it will”

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The Italian Crisis

Silvia Merler da Brueghel.org

Daniel Gros wonders who has lost Italy. The majority of the population today has a negative opinion of the EU, representing a complete reversal since the start of the euro, when the country viewed the new currency as a welcome corrective to its own economic problems of high inflation (and high interest rates). Populist politicians charge that the rules of the Growth and Stability Pact do not allow them to stimulate demand and employment. But this does not add up to a convincing argument that euro area membership was somehow responsible for Italy’s economic underperformance: Spain, Portugal and Ireland, which also had to reduce their deficits in trying times, are recovering much more strongly than Italy.

Gros argues that root causes of the current crisis are thus domestic; they have little to do with fiscal rules or a lack of risk sharing. Italy’s slow growth since the turn of the century cannot be explained through underperformance in investment, education and indicators of market liberalisation; the only one area in which Italy’s relative performance has deteriorated since 1999-2000, is the quality of the country’s governance. The euro has become a scapegoat: but this scapegoating constitutes an obstacle to deep reforms.

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Mondiali di Calcio Pensioni e IVA , tutto il mondo è paese

Sembra che in Russia i mondiali se li paghino con l’aumento dell’IVA e con l’allungamento dell’età pensionabile da   cnbc.com

Russia’s government has proposed raising value-added tax (VAT) to 20 percent from 18 percent, starting from 2019, Prime Minister Dmitry Medvedev said Thursday.

Medvedev said the so-called “tax maneuver,” which envisages a gradual increase in the mineral extraction tax (MET) and a cut in export duties on oil and refined products, was on track to be completed in 2024.

Meanwhile, the government also proposed to increase the retirement age to 65 years from 60 for men and to 63 years from 55 for women, Medvedev said.

 
The government proposes to change the retirement age gradually, starting from 2019, Medvedev said, adding that this would allow for an increase in pension payments.]]>

Quando in Toscana un partito nasce e muore

Era il 21 gennaio 1921 quando, al teatro Carlo Goldoni di Livorno, venne fondato il Partito Comunista Italiano. Un partito: per molti una religione, una Chiesa. Turati aveva avvertito, nel 1895, su “Critica sociale”: socialisti, non diventate un partito, restate un movimento… Un partito ha bisogno di radicarsi, di alimentarsi, di crescere; ha bisogno di risorse e di energie per continuare ad esistere. E quelle energie, quelle risorse le deve assorbire da qualche parte, da qualcuno: ma le sottrae agli scopi che dice di proporsi.

Il PD, il nipotino diretto di quel PCI livornese, è morto. Irrimediabilmente e senza appello. Un toscano, Matteo Renzi, gli ha dato il colpo di grazia; questo ballottaggio del 24 giugno 2018, con la perdita delle toscane Massa, Pisa, Siena, ha posto la sua pietra tombale. Con buona pace di Maurizio Martina e di chi si ostina a difenderne la sopravvivenza. E’ morto perché ha perso la sua anima e dimenticato la sua storia. Perché è diventato, come altri, partito di affari e di potere. Perché ha lasciato che il potere diventasse il fine delle azioni. La gente spesso è lenta a capire: si affeziona ai suoi miti e fatica a cambiare. Ma arriva il momento della ribellione, e dell’abbandono. Il declino del PD è stato di una velocità sorprendente: ma la rottamazione di Renzi era stata preparata da altri, da quel gruppo dirigente che, a Renzi, ha fatto una guerra spietata. C’è solo un modo, adesso, per contenere questo vento sovranista, conservatore, che soffia contro una Storia che va in tutt’altra direzione: unirsi in un movimento civile, con una chiara idea del mondo che vorremo, in cui tutti gli uomini abbiano diritto di cittadinanza e le leggi siano duttili e destinate, in positivo, alla parte più ampia possibile di popolazione. Giuliano Pisapia aveva questo in mente, quando ha provato a unificare i pezzi della così detta “sinistra”. Non ne ha avuto la forza; e i tempi non erano ancora maturi. Adesso lo sono. A patto che non ci sia solo un ricambio di uomini, né una ripulita di facciata. Le masse hanno bisogno di chiarezza, di indicazioni concrete, di azioni tangibili. Vogliono avere risposte ai loro bisogni, in particolare nei momenti in cui tutto sembra incerto, confuso, incomprensibile. E le attuali forze al governo hanno intercettato queste domande meglio dei partiti di sinistra che, per cultura e tradizione, avrebbero dovuto farlo. Mi raccontavano che nella città in cui sono nata, Carrara, le squadracce fasciste non potevano spadroneggiare come altrove: i cavatori di marmo rispondevano alle loro prepotenze con busse sonore, e li ricacciavano indietro. Se, adesso, Massa Carrara è passata al centro destra – e con lei Pisa e Siena – questo non vuol dire che la gente toscana abbia cambiato la visione del mondo. Con busse sonore, hanno solo ricacciato una politica che non li rappresentava più in un angolo. E l’hanno costretta a non uscire più di casa.

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Le capriole di Salvini

Se fossero salti, sarebbe campione dì freestyle. Matteo Salvini non smette di stupire con avvitamenti e carpiati, particolarmente audaci nella scorsa settimana. Viene solo da chiedersi se, con il ballottaggio di domenica, la  legislatura possa finalmente cominciare. Ora che anche Friuli e Molise hanno nuovo governatore, ora che la squadra di governo è al completo, ora che tutte le caselle delle commissioni parlamentari sono occupate (al netto dei malumori di Borsa suscitati dalla nomina di Borghi e Bagnai, i due parlamentari della Lega in odore di euroscetticismo, alla guida delle Commissioni Bilancio di Camera e Senato). La macchina elettorale ha dato l’ultimo colpo di coda con il voto amministrativo che, nel mese di giugno, ha interessato 760 comuni (7,7 milioni di italiani). Si abbasserà ora il sipario sulle performance di Salvini, che ci ha regalato alcuni dei balzi più arditi del repertorio acrobatico?

Rondata: dopo una rincorsa e un pre-salto si appoggiano le mani e si spinge con le braccia, passando dalla posizione verticale al senso opposto della partenza. È un “cambio di rotta” (davvero acrobatico) quello che ci ha proposto in tema di vaccini. “Sono inutili e pericolosi, se non dannosi” ha detto, scatenando fulmini a ciel sereno. Ma anche un’ invasione di campo. Di campo pentastellato. Insomma, le parole di Salvini stupiscono rispetto alle posizioni di Regioni storicamente governate dalla Lega, come la Lombardia e soprattutto il Veneto, dove c’è una fortissima cultura vaccinale all’interno del sistema sanitario e dei vertici regionali. È vero che Zaia aveva fatto ricorso contro l’obbligo introdotto dalla legge Lorenzin, ma la questione è sempre apparsa più politica che scientifica. Certo è che non si sono fatte attendere le risposte irritate del vice premier Di Maio e del ministro della Salute Giulia Grillo. Derubricata la sortita a opinione personale, resta la domanda: Salvini a chi voleva mettere un dito nell’occhio? 

Salto  Kippe: spesso usato nelle parallele asimmetriche per svolgere un entrata. Salvini, si sa, è maestro della fuga in avanti. Resta da capire che cosa anticipi l’attacco a Saviano. Certamente tra I due non corre buon sangue e forse c’è anche molto di personale nei toni alla “Mezzogiorno di fuoco” che hanno contraddistinto lo scambio a distanza, degni del copione di un western. Ma Salvini sa bene che la decisione di assegnare o mantenere il servizio della scorta è competenza dell’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale (Ucis). Cioè del Viminale. Cioè sua, poiché tale Ufficio coadiuva il ministro dell’Interno nella sua funzione di Autorità nazionale di pubblica sicurezza. Sa bene che l’Ucis venne istituito pochi mesi dopo l’assassinio del giuslavorista Marco Biagi nel marzo 2002, ucciso sotto casa da un commando delle Nuove Brigate Rosse. Rappresenta lo Stato che difende i suoi servitori (e scusatemi se è poco). Mi chiedo: si è disposti a calpestare anche questo pur di strizzare l’occhio a certo elettorato che ha in odio Saviano-icona-della sinistra”?

Flik Flak: e’ un doppio ribaltamento avanti sul piano sagittale composto da due fasi di ribaltamento. Insomma, un salto mortale. E’ quello che Salvini ha fatto sul tema dei migranti. Sì, perché in Europa non è solo sui conti comunitari che si rischia di intonare il “De profundis”. Sugli immigrati, infatti, litigano tutti. Macron litiga con Salvini, paventando “la lebbra che monta” del populismo italiano, dimenticando però le durezze della gendarmerie a Ventimiglia. In Germania la Cancelliera Merkel litiga con il suo ministro dell’Interno Seehofer, presidente della Csu, uno dei partiti della coalizione Cdu-Csu-Spd, nato appena 100 giorni fa, dopo mesi di difficili trattative. Salvini litiga con il premier maltese Muscat, alternando l’artiglieria dei tweet ai colpi in punta di fioretto e di diritto internazionale. Ma Salvini ha litigato anche con la Tunisia, rischiando una crisi diplomatica che avrebbe messo in discussione accordi bilaterali per il rimpatrio di circa 80 irregolari a settimana. È c’è da sperare che non litighi anche con la Libia, durante la visita di queste ore. 

In agenda è cerchiata in rosso la data del 28 giugno, quando avrà luogo il prossimo Consiglio Europeo. Le politiche di governo dei flussi migratori sono in panne. Il vice presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati Piero Fassino, sul Corsera di domenica,  ricorda le stime di crescita della popolazione africana: 2,5 miliardi nel 2050 (dagli attuali 1,2 miliardi) e 4 miliardi a fine secolo (su 11 miliardi della popolazione totale). Prendo in prestito le sue parole per concludere. Queste cifre ci dicono che “non si può affidare solo alle migrazioni il destino di quell’immensa moltitudine di persone, a cui occorre offrire una diversa prospettiva la’ dove sono nati e vivono”. Come ha ricordato Saviano alla tavolata solidale di Milano: “In un tempo dove tutti dicono tutto senza approfondire mai, la nostra difesa è la conoscenza”. 

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Da Cavour a Donald Trump: dazi doganali e nazionalismo non portano da nessuna parte

Viviamo tempi di chiusura, di diffidenza verso gli altri Paesi, verso lo straniero. La crisi partita nel 2008 ha colpito il ceto medio nei Paesi sviluppati, che non riesce a festeggiare (ne avrebbe motivo) l’uscita di miliardi di persone – grazie alla globalizzazione – dalla miseria.

In queste condizioni ha buon gioco chi propone dazi doganali, chiusura delle frontiere, nazionalismi che credevamo morti e sepolti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato, dopo la sua elezione, una battaglia per ridurre il deficit commerciale americano, pari nel 2017 a 566 miliardi di dollari.  In surplus con gli States ovviamente la Cina, e a seguire Giappone, UE e Messico. Se il motto di Trump è “America first”, e al contempo l’America ha deciso di servirsi della Cina a livello manifatturiero, riesce difficile pensare che le cose possano cambiare.

L’ultima iniziativa statunitense prevede dazi su acciaio (25%) e alluminio (10%) provenienti dalla UE. Il rischio di escalation non è banale. Il mondo rischia un calo nell’interscambio commerciale, che si rifletterebbe necessariamente sul Pil. Il clima di incertezza aumenta proprio quando la congiuntura europea sembrava aver preso forza.

Per un Paese esportatore come l’Italia che nel 2017 ha conseguito un avanzo commerciale (esportazioni-importazioni) pari a 47,5 miliardi di euro, proporre uno stop ai trattati di libero scambio – come ha recentemente paventato il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio in relazione al Ceta, accordo tra Canada e Unione Europea – è una follia.

Ha fatto bene Alessandro De Nicola su Repubblica a ricordare al ministro le parole di Carlo Cattaneo contro il nazionalismo economico pubblicate oltre 150 anni fa sulla rivista “Il Politecnico”: “Non si fabbrica un’auna di Merletti a Malines, che Bergamo non tessa nello stesso tempo un’auna di cotone, Aleppo una di mussolina. Una verga di ferro esce dalla miniere di Upland, e nello stesso istante Brescia estrae un fucile dalla fornace, Birmingham un’ancora marina, Bristol una pioggia di fili metallici. Così ogni uomo risponde all’altro uomo: ogni colpo di martello ha la sua riscossa lontana”.

Camillo Benso Conte di Cavour la pensava come Cattaneo e infatti, uomo di cultura europea, ribadì la sua linea di apertura dei mercati come stimolo all’innovazione industriale. Sono i settori aperti alla concorrenza che ottengono i maggiori incrementi nella produttività. Cavour aprì a una politica commerciale che respingeva il protezionismo dei passati ducati e regni italiani: doveva vincere il libero scambio attraverso una graduale riduzione delle tariffe, che conduce a una maggiore specializzazione delle imprese, che aumentano la loro competitività in mercati non più solo domestici.

Cavour scrive: “Quale era la cagione che metteva nel 1850 i nostri industriali in una condizione di inferiorità rispetto ai fabbricanti esteri, e specialmente ai fabbricanti inglesi? Non era il difetto di intelligenza…non era il difetto di forza motrice…ma era la ristrettezza del mercato”(cfr. Patrizio Bianchi, Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 2017, p. 17).

Come disse in un memorabile intervento al Parlamento europeo di Strasburgo Francois Mitterand nel 1995, “il nazionalismo è guerra”: Bisogna vincere i propri pregiudizi, quello che vi domando è quasi impossibile, poiché bisogna superare la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che una regola si imporrà, signore e signori: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro. E siamo noi, siete voi deputati che siete ormai i guardiani della nostra pace, della nostra sicurezza, del nostro futuro”.

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Allarme rosso.Frana il PD

I ballottaggi di domenica scorsa, tranne eccezioni, confermano il tracollo della sinistra in Italia. La Toscana rossa si è ristretta a Firenze e poco più. Dalle Alpi alla Sicilia trionfa il partito del ministro della Paura Salvini. Si salva Ancona e poco altro. La generosa discesa in campo di un padre nobile come Veltroni e di un leader prestigioso come Gentiloni non è servito a nulla. La botta a Siena , Pisa, Imola è stata terribile e inappellabile. Facile dare la colpa al solito Renzi, ormai divenuto capro espiatorio di tutte le disgrazie della sinistra. La responsabilità è, invece, del PD come tale. Di tutto il PD. Un partito che non è riuscito dal 4 marzo neppure a fare un’analisi della clamorosa sconfitta alle elezioni politiche. Un partito che non sapendo bene dove andare, non è andato da nessuna parte. E’ rimasto immobile. Incapace di pronunziare verbo o di dare un qualsivoglia segno di vita. Un partito che ha reagito alla politica corsara di Salvini solo con la mobilitazione morale e finendo così sotto la ruspa salviniana. Non basta dire che Salvini è razzista o fascista per convincere gli elettori a prendere coscienza e a votare di nuovo a sinistra. C’è bisogno di dare un segno di aver compreso il messaggio di critica dei cittadini, di aver quanto meno iniziato a costruire il cantiere di una nuova alleanza politica alternativa alla destra e di un programma capace di riconnettere sinistra e popolo. Invece si è rimasti muti o peggio si sono elaborati di messaggi che condannano la sinistra a rimanere ancora a lungo minoranza nel paese. Esempio lampante è l’iniziativa della tavolata multietnica organizzata a Milano dall’assessore Majorino col sindaco Sala, che si atteggia ad anti Salvini, con la benedizione dell’arcivescovo Delpini. Nel momento in cui Salvini con tracotanza scuote le capitali d’Europa con una ricetta sull’immigrazione, ‘porti chiusi’, rivoltante sul piano morale, ma di grande efficacia politica sul piano elettorale, la sinistra risponde non con Minniti e con la rivendicazione di una linea efficace che ha ridotto dell’80% gli sbarchi di migranti dall’Africa, ma contrabbandando l’idea che l’integrazione è un festival di buoni sentimenti. Così facendo andremo, forse, in paradiso, ma di certo continueremo ad essere irrilevanti nella politica italiana. E’ necessario mettere un punto e ripartire. Ciò significa prendere atto del fallimento di un intero gruppo dirigente che dovrebbe sentire il dovere morale e politico di rassegnare da subito le dimissioni e di convocare in tempi strettissimi un congresso di rifondazione della sinistra italiana, mettendo anche in discussione l’esistenza dello stesso partito democratico se fosse necessario per costruire un’alternativa alla destra che ci governa.

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