Inter stenta ma vince, Milan sconfitta meritata con la Samp , Montella non mangia il Panettone

I nerazzurri portano a casa i tre punti con il Genoa a San Siro dopo una partita giocata male. Il centrocampo lento e prevedibile, non è riuscito a fornire palle giocabili a Icardi, che infatti non è riuscito ad arrivare al tiro. Anzi, in un’occasione è riuscito a compiere un salvataggio in difesa. I nerazzurri non riescono ad essere pericolosi, se non un paio di volte con Perisic e l’indolente Brozovic (tiro da fuori area finito sul palo), fischiato. La difesa è comunque la migliore del campionato (solo due gol subiti); sulla fascia sinistra Dalbert ha sofferto parecchio Omeonga, il quale poi sul finire si è fatto espellere per un fallo volontario su Eder lanciato a rete. La forza dell’Inter (solo fortuna?) è non mollare. Infatti ha segnato otto gol (su dodici complessivi) nell’ultimo quarto d’ora di gara. Questa volta è stato D’Ambrosio di testa su calcio d’angolo a solo tre minuti dal termine. Il Milan non è ancora una squadra. Con la Sampdoria (in gol con Zapata e Alvarez) sembrava di vedere degli zombie in campo. Neanche un tiro in porta nei novanta minuti. Bonaventura e Suso veri e propri fantasmi. Montella rischia di non mangiare il panettone, ma la materia prima è quella che è. Otto gol subiti in sei gare sono tanti. Bonucci, fragilissimo, si è fatto anche ammonire per proteste. Deve capire che è finita la pacchia della Juve, dove è ben difficile prendere il giallo. Due sconfitte in sei partite fanno male. Perdere terreno oggi significa poi difficile recuperare in futuro. La Champions è lontana e domenica ospiterà la Roma, un osso duro.

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Il nostro sì al Referendum è diverso da quello di Maroni

varesenews.it

Le parole d’ordine sono molto articolate, ma il messaggio è uno: “Il nostro sì è diverso da quello di Maroni”. Però resta sempre un Sì: un po’ per non farsi spiazzare in vista delle elezioni regionali, e un po’ per non essere incoerenti rispetto alla simpatia per le autonomie regionali mostrate in passato anche dal centrosinistra.

Così la pensano i più importanti sindaci del Pd che votano Sì al referendum della Regione Lombardia, il prossimo 22 ottobre. Sono due le competenze che Gori, Sala, Galimberti e gli altri vogliono riservate alla nostra Regione: l’ambiente e lo sviluppo tencologico, due temi sui cui i sindaci del comitato del Sì, targato centrosinistra, ritengono che la Lombardia possa far meglio dello stato centrale in tema di legislazione. Parte da Varese la carica dei sindaci.

“Di questo referendum non c’era bisogno, ma vogliamo restare nel merito. E’ un comitato senza bandiere di partito – si affretta a spiegare Giorgio Gori – il referendum non avvicina in alcun modo la Lombardia a una regione a statuto speciale – ma in ogni caso noi riteniamo che andrebbero abolite le regioni a statuto speciale, salvo nei casi giustificati da trattati internazionali, e non abbia senso crearne altre”.

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Accogliere, proteggere, promuovere e integrare

vatican.va Cari fratelli e sorelle!

«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34).

Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta.

Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore.[1] Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità.

Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».[2]

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Rifare l'Europa, il nuovo manufacturing come un motore della crescita

bruegel.org

L’Europa deve sapere come può realizzare il potenziale di ringiovanimento industriale. Quanto le imprese europee rispondono alle nuove opportunità di crescita e in quali catene di valori globali stanno sviluppando queste nuove attività? La discussione politica sul futuro della produzione richiede una comprensione del ruolo di cambiamento della produzione nell’agenda di crescita europea…..

La produzione ha fornito una volta all’Europa  molti posti di lavoro che non richiedevano elevate competenze. L’idea che tali lavori possano essere rilanciati è un tema centrale per molti politici ed è dietro la richiesta che i prodotti siano “fatti” nei paesi che li consumano. Ma tale retorica ha come punto di riferimento una vecchia versione di produzione, che è stata soppiantata da catene di valore complesse ed è altamente automatizzata e guidata dai dati. Questa nuova versione della produzione richiede anche l’attenzione da parte dei politici, ma per ragioni diverse rispetto alla fornitura di milioni di lavori di vecchia produzione….

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il 1917 non è solo l’anno di Lenin ma anche di J.P.Morgan & C……

Quando si parla di quello che accadde 100 anni fa, la mente va subito alla rivoluzione d’ottobre e a ciò che ha rappresentato nel secolo scorso.Ma ci sono almeno altri due eventi importanti, uno globale ed uno puramente nazionale.Cento anni fa entrarono in guerra gli Stati Uniti, con motivazioni economiche.Infatti gli USA avevano finanziato prevalentemente i governi di Russia, Francia, Gran Bretagna e Italia, attraverso J.P. Morgan & Co. Tutti i produttori, in particolare di materie prime e semilavorati, i petrolieri, i fabbricanti di tessuti, facevano grossi profitti. Dalla grande industria al piccolo contadino del middle west che vendeva il suo grano per sostenere lo sforzo bellico, c’era da mangiare per tutti.La scusa per intervenire fu l’affondamento di alcune navi americane da parte di sottomarini tedeschi, anche se erano di più quelle affondate dalle mine inglesi.Alla fine della guerra J.P.Morgan guadagnò decine di milioni di dollari di allora solo dall’1% di commissione sulle transazioni USA-Intesa.Alla conferenza di pace di Versailles, gli americani arrivarono con un grande potere contrattuale, dovuto ai debiti degli europei.Gli USA imposero una clausola linguistica, che sembrava di poco conto, cioè pretesero che l’inglese diventasse la lingua ufficiale della diplomazia al posto del francese, perchè il presidente Wilson non lo conosceva. La globalizzazione era iniziata e probabilmente l’altro avvenimento del ‘17, la rivoluzione dei Soviet, non è stato altro che una parentesi chiusasi nel 89.Ora il mondo è più globalizzato, ma molto più debole.Sempre nel 1917, un altro evento è accaduto nel nostro paese. Tra qualche giorno non è da escludere la solita retorica su Caporetto, dimenticandosi però, che l’Italia dopo quella crisi che portò ad una ritirata, seppe dare una buona prova sul Piave. Infatti sul fiume, furono ufficiali inferiori, spesso rimasti isolati dai comandi, a resistere e motivare gli uomini.Come spesso succede nella nostra nazione, quando le classi dirigenti si defilano, sono i quadri intermedi della società quelli a cui tocca mandare avanti la “baracca”, e salvare il salvabile.Più o meno come adesso, anche se fortunatamente non siamo in guerra.Ricapitolando, il 1917 non è solo l’anno di Lenin.

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Elezioni regionali siciliane, ma a chi interessano?

Nel viaggio per l’Italia zavorrata, il ‘dramma’ del Campidoglio è contiguo con quello del Palazzo dei Normanni di Palermo, la sede del Governo della Regione Autonoma Siciliana. Per l’ineffabile Massimo D’Alema “Chi dice la frase ‘la Sicilia è un fatto locale’, è un idiota, perché la Sicilia è un grande fatto nazionale”, e, la morbosa attenzione multimediale che ad esse viene data sembra dargli ragione, e a ben vedere gli unici a cui viene ‘scippato’ l’interesse sono proprio i siciliani. Se il risultato delle elezioni siciliane, potrebbe indirizzare il trend del futuro politico nazionale, per certo non rappresenteranno lo svincolo per il futuro dell’isola. Le nuove ‘oche’ del Campidoglio, non saranno mai in grado di rinnovare il miracolo di salvare Roma, perché solo un grande atto di coraggio d’innovazione istituzionale potrà salvare la Capitale, mentre per Palazzo Orleans le avvisaglie non sembrano offrire alcuna speranza. Il Palazzo, testimonia una lunga stagione di ‘sudditanza condivisa’, quella ben descritta, come ricorda Mattia Feltri nel suo Buongiorno su La Stampa, da Consalvo Uzeda di Francalanza, nobile di famiglia di Viceré, ‘se il passato par molte volte bello, è perché è passato’ ma i siciliani sembrano prediligere il conformismo del “evviva il principino, che paga a tutti il vino, evviva Francalanza, che ha tutti empie la panza”. La Sicilia dei Viceré si perpetua, conserva e tramanda nella sua classe dirigente ‘una sorta di rango e di lusso, che è di per sé una promessa di opulenza’, confidandone nella continuità. C’è da domandarsi se è l’antropologica commistione tra Viceré, e ‘panze da riempire’, che possa giustificare una siffatta diversità che istituzionalmente si concretizza nella inscalfibile e orgogliosa pretesa di autonomia. Un acuto osservatore come il barone Guido Tomasi di Lampedusa, che il ‘fil rouge’ della sicilianità, era l’evocazione di una presunta rivoluzione perenne, affinché tutto si agitasse ma che nulla cambiasse. La rivoluzione oggi è suggestionata da tutte le forze politiche in campo, per il rinnovo della composizione, ma non nella sostanza del modo di esercitare il governo, che competono in una sorta ‘creatività micragnosa, che non da un’idea per la Sicilia, non c’è nemmeno un’idea buona per abbindolarla: sono tutti lì con la soluzione magica e prestampata: la rivoluzione’. Da decenni in Sicilia il popolo si sente enunciare rivoluzioni, prive di un pur minimo seguito, così anche in queste nuove elezioni, andrà in scena il desolante spettacolo di teatranti, più o meno, accompagnati dall’immancabile gran cassa della retorica, teatranti che saranno costretti a fare i conti con quella ‘raffinata’ burocrazia, composta da una pletora di dirigenti, di funzionari e addetti pubblici, la più grande, la più pagata e forse la più improduttiva d’Italia, che si consolida in una potente élite, a custodia del che nulla cambi. Nella morbosa multimedialità, lo spettacolo va in scena nell’assoluta assenza di un vero progetto fattibile, si privilegia sfumare sulla contrapposizione ‘virtuale’ tra forze e schieramenti politici, che proprio per non rischiare di perdere consenso si sottraggono dall’affrontare i veri nodi pregiudiziali e indicare il percorso di svolta. Lo spettacolo va in scena con i rivoluzionari sbarcati via mare in scia a Beppe Grillo, la cui coerenza moralistica si interrompe o si ferma, davanti ai sindaci che intendono applicare le leggi sull’abusivismo edilizio, o cavalcando le proteste di chi contesta la presenza dei giovani immigrati ‘colorati’ nei centri delle città perché ‘inquinanti’ il turismo; con gli smemorati: i figli e nipoti di quei comunisti siciliani, che si corruppero alleandosi con i fascisti del MSI siciliano, per dare vita, alla Giunta Milazzo, per la necessità di sconfiggere la DC, ma che ora, rinsaviti vogliono discriminare quelli di centro destra con cui stavano al governo; in fine il centro destra i principali referenti dei ‘nuovi Viceré’, fieramente in contrapposizione per declinare i risultati nello scenario nazionale, ma assolutamente convergenti nell’assoluto disinteresse per i compiti che la Sicilia e i siciliani debbono fare sia per riscattarsi e sia per dover legittimare un’ ormai ingiustificabile autonomia. A corredo di questo assordante silenzio, la presunta élite di informatori e commentatori che preferisce sottrarsi al grido di dolore lanciato da Pierangelo Buttafuoco ‘Quest’isola è il tumore non solo dell’Italia, ma dell’intero Mediterraneo’.

Se nessun commentatore riesce a smentire un siciliano doc come Buttafuoco, venute meno la ‘bufala’ dell’aspirazione USA per un presunto 49° Stato distaccato, dell’Unione, a difesa nel Mediterraneo, scomparso dai radar il pericolo della premiata ‘ditta’ comunista ‘Tito & Stalin’, nonché il venir meno delle oscure ragioni che consentirono all’autorefernziale élite politica ed economica siciliana di allora della Consulta Regionale, di sottoscrivere un veloce accordo, di origine pattizia, con il decadente Stato monarchico. Accordo sottoscritto ben prima del Referendum per la Repubblica, nonché della promulgazione della Costituzione Repubblicana, e che fu, purtroppo, recepito in Costituzione da ottimisti costituenti. Se come afferma D’Alema, solo agli stupidi possono interessare elezioni, per la migliore governabilità dell’Isola, perché mai agli altri italiani non può venir a noia la sprecata autonomia siciliana?]]>