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Il mercato dell'auto 2015 in Italia

Dopo anni di grandi delusioni commerciali finalmente si vede qualche discreto segnale di ripresa di un settore importante per l’economia italiana.
La scommessa è di consolidare i volumi in crescita e stabilizzare il trend.Ci si domanda se mai si tornerà ai 2,2 mio pezzi anno venduti nel recente passato nella penisola.

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La fine di un mito

La storia non perdona e la scrivono i vincitori , chi aveva inventato i cellulari ,esce di scena miseramente sbaragliato da un attacco concentrico di due competitors che producendo tutt’altro si sono impossessati tramite software dalle prestazioni prima  inimmaginabili, del mercato mobile.Motorola aveva aperto il mercato dei cellulari nel mondo occidentale nel lontano 1984 con il DynaTAC 8000X.

Fu l’ing. Martin Cooper  la prima persona ad aver effettuato una chiamata in pubblico con un prototipo di telefono cellulare il 3 aprile 1973, di fronte a giornalisti e passanti, in una via di New York. Il suo apparecchio si chiamava Dyna-Tac, pesava 1,3 kg e aveva una batteria che durava 30 minuti, ma che impiegava 10 ore a ricaricarsi. ……In seguito Cooper raccontò che l’idea ispiratrice del telefono cellulare gli venne dalla visione del telefilm Star Trek in cui il Capitano Kirk usava un dispositivo analogo (wikipedia) .Della serie la fantasia anticipa la realtà.

In realtà anche in URSS e stati satetelliti c’era tecnologia simile ed anzi in anticipo :Leonid Kupriyanovich, un ingegnere moscovita inventò nel 1957 il cellulare sovietivo LK-1 :inizialmente pesava circa 3 kg e aveva una portata di 20-30 km, con una durata della batteria superiore a quella di molti smartphone attuali: fino a 30 ore. Nel 1961 nacque il radiotelefono con una portata operativa da 80 km, il tutto ancora in assenza di una rete di antenne di sostegno che ne espandessero la portata. La soluzione scelta da Kupriyanovich fu poi alla base dello sviluppo della rete telefonica bulgara nella seconda metà degli anni Sessanta (fishki.net)(corriere.it).

Il mondo cambia in gran fretta e non ti da modo di vivere di rendite di posizione

 

L’uomo e le macchine

(Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, Washington Post) Davvero i lavoratori rischiano di essere rimpiazzati dalle macchine come è successo ai cavalli un secolo fa? In realtà, abbiamo ancora notevoli margini di vantaggio sia sugli equini che sulle macchine, a cominciare dalla capacità di gestire il cambiamento. Ma è ora di discutere del tipo di società che si vuole costruire intorno a un’economia a bassa intensità di lavoro. Nel 1930, dopo l’avvento dell’elettrificazione e del motore a combustione interna, John Maynard Keynes predisse che quelle innovazioni avrebbero portato a un aumento della prosperità materiale ma anche a una diffusa “disoccupazione tecnologica”. Nel 1964, all’alba dell’era dei computer, un gruppo di scienziati e teorici sociali inviò al presidente statunitense Lyndon Johnson una lettera aperta per ammonire che la cibernetizzazione . Di recente, molti hanno sostenuto che il rapido progresso delle tecnologie digitali potrebbe lasciare per strada molti lavoratori: e questo è certamente vero.

Sull’altro fronte ci sono coloro che non vedono pericoli per i lavoratori. La storia è dalla loro parte: i salari reali e il numero dei posti di lavoro hanno conosciuto un aumento relativamente costante in tutto il mondo industrializzato sin dalla metà dell’Ottocento, anche a fronte di uno sviluppo tecnologico senza precedenti. Un rapporto della National Academy of Sciences del 1987 ne spiegava i motivi: .

Quest’idea – ovvero che il progresso tecnologico possa ridurre e i livelli di occupazione – è stata liquidata come . Sarebbe un errore perché non esiste una quantità statica di lavoro, dal momento che i lavori possono crescere all’infinito. Nel 1983 l’economista premio Nobel Wassily Leontief rese il dibattito più popolare introducendo un confronto tra gli esseri umani e i cavalli. Per molti decenni, l’impiego dei cavalli era sembrato resistere ai cambiamenti tecnologici. Perfino quando il telegrafo aveva soppiantato il Pony Express, la popolazione equina degli Stati Uniti aveva continuato a crescere, aumentando di sei volte tra il 1840 e il 1900, sino a superare i 21 milioni tra cavalli e muli. Gli animali erano fondamentali non soltanto nelle fattorie ma anche nei centri urbani in rapido sviluppo, dove trasportavano merci e persone.

Poi, però, con l’avvento e la diffusione del motore a combustione interna, la tendenza subì una brusca inversione. Quando i motori furono applicati alle automobili in città e ai trattori in campagna, i cavalli divennero in larga misura irrilevanti. Nel 1960, negli Stati Uniti se ne contavano ormai appena tre milioni. Se all’inizio del Novecento si fosse aperto un dibattito sul destino del cavallo, qualcuno magari avrebbe formulato una equine labor fallacy, basata sulla resilienza dimostrata dall’animale fino ad allora. Ma la teoria si sarebbe dimostrata ben presto falsa: una volta affermatasi la tecnologia giusta, la sorte del cavallo come forza lavoro era segnata. È possibile una svolta simile per la forza lavoro umana? I veicoli autonomi, i chioschi self service, i robot da magazzino e i supercomputer sono i segni premonitori di un’ondata di progresso tecnologico che alla fine spazzerà via gli esseri umani dalla scena economica?

Per l’economista Leontief la risposta era affermativa: . Ma gli esseri umani, per fortuna, non sono cavalli e a Leontief erano sfuggite alcune differenze, molte delle quali fanno pensare che l’uomo rimarrà un fattore importante dell’economia. Seppure il lavoro umano diventasse molto meno necessario, le persone, a differenza dei cavalli, possono adoperarsi per scongiurare l’irrilevanza economica. Il motivo più comune addotto per dimostrare che la quantità di lavoro non è fissa e immutabile è che i bisogni umani sono infiniti. In effetti, nel corso dell’intera storia moderna i consumi procapite non hanno fatto che aumentare. Questa tesi, per quanto confortante, è erronea, perché la tecnologia può recidere il legame tra desideri infiniti e piena occupazione. Gli ultimi progressi lasciano intendere che non è più fantascienza immaginare miniere, fattorie, fabbriche e reti logistiche completamente automatizzate che riforniscono la popolazione di tutto il cibo e i prodotti di cui necessita.

Molti servizi e lavori intellettuali potranno essere anch’essi automatizzati, dal ricevere ordinazioni all’assistenza clienti, all’esecuzione dei pagamenti. Forse in un mondo siffatto ci sarà ancora bisogno di esseri umani che sappiano ideare nuovi beni e servizi da consumare – ma non ne serviranno molti. I bisogni illimitati non sono una garanzia di piena occupazione in un mondo dalla tecnologia sufficientemente avanzata. Dopo tutto, se anche le esigenze di trasporto degli umani crescessero all’infinito – e sono cresciute enormemente nel secolo scorso – ciò avrebbe scarse ripercussioni sulla domanda di cavalli. A meno che, ovviamente, non ci rifiutiamo di farci servire esclusivamente da robot. È questa la barriera più solida contro un’economia totalmente automatizzata e il motivo più valido per cui la forza lavoro umana non scomparirà in un prossimo futuro.

Noi siamo una specie profondamente sociale, e il desiderio di contatti umani si riflette sulla nostra vita economica. In molte delle cose per cui spendiamo i nostri soldi c’è un esplicito elemento interpersonale. Ci riuniamo, a teatro o allo stadio, per apprezzare l’espressività o l’abilità umane. I clienti abituali di un certo bar o ristorante vi si recano non soltanto per il cibo e le bevande, ma anche per l’ospitalità. Allenatori e trainer forniscono una motivazione che è impossibile trovare nei libri o nei video di esercizi. I buoni insegnanti trasmettono agli studenti l’ispirazione per continuare ad apprendere, psicologi e terapeuti stringono con i pazienti legami che li aiutano a guarire. In questi e molti altri casi, l’interazione umana non è marginale bensì cruciale per la transazione economica. Anziché enfatizzare la quantità delle esigenze umane, sarebbe meglio concentrarsi sulla loro qualità. Gli esseri umani hanno bisogni economici che possono essere soddisfatti soltanto da altri esseri umani, e ciò rende meno probabile che facciamo la fine dei cavalli.

Come cambia il lavoro

(Roger Abravanel, Corriere) Il lavoro cambia ma i vecchi riti restano. E a farne le spese sono le relazioni industriali, che invece di adattarsi alla competitività complessiva del sistema, privilegiano un semplice mantenimento della situazione attuale. Basti pensare al legame tra lavoro e tempo di permanenza sul luogo di impiego che è andato modificandosi nel corso degli ultimi anni. Il ministro Poletti ha sì provato a introdurre il tema, ricevendo in cambio solo una piccata reazione del sindacato che lo ha definito un Ufo, colpevole di voler ripristinare il regime del cottimo (l’operaio era pagato in funzione del numero dei pezzi che produceva). Chi conosce il mondo del lavoro del XXI secolo, sa quanto è cambiato il contenuto e le competenze di chi lavora oggi nelle imprese industriali. Sono finiti i tempi quando operai alla linea di montaggio o impiegati allineati in grandi stanzoni erano occupati a produrre pezzi e fatture, secondo certe procedure decise dai capi.

Oggi i manufatti sono molto più complessi, sia tecnologicamente sia operativamente, gli operai lavorano in squadra, modificano i progetti dei componenti se non funzionano, e vanno all’estero da soli a montarli, quando bisogna assemblare l’intera macchina, oppure a fare la manutenzione. Persino l’assemblaggio di un’auto non è più la stessa cosa, il numero di varianti di un modello è enormemente più grande e la catena di approvvigionamento sulla linea è diventata ima operazione complicata, dove l’operaio ha un ruolo chiave nel risolvere problemi. Alla fine, anche nelle fabbriche conta sempre meno la presenza o l’assenza dell’operaio e sempre di più la qualità della sua prestazione. Il cottimo paventato da Susanna Camusso è poco applicabile, anche volendo. Ma c’è un altro aspetto importante. I lavoratori nelle fabbriche diminuiscono progressivamente; ormai l’occupazione è soprattutto nei servizi (telecomunicazioni, assicurazioni, commercio, turismo, professioni, trasporti) che oggi rappresentano l’8o% dei posti di lavoro.

Nei servizi, il tempo speso dal lavoratore conta ancora meno: non ci si aspetta più dall’addetta al check-in di un aeroporto solo che sia presente e accetti il più alto numero di passeggeri, ma che sappia risolvere problemi senza chiamare il capo scalo quando un volo è cancellato e il suo cliente-passeggero deve essere reindirizzato. L’addetto al cali center di una società di telefonia o di una pay tv che deve risolvere un problema di un cliente spesso nervoso, non può essere valutato solo sul tempo che passa alla postazione o sul numero delle chiamate a cui risponde. Tanto più che le tecnologie digitali rendono inoltre il tempo fisicamente passato sul posto di lavoro ancor meno rilevante. Queste tendenze accelerano la marginalizzazione del sindacato iniziata con la riduzione dell’importanza dei contratti nazionali a favore di quelli aziendali. Il tema del rapporto tempo-lavoro ha aperto un vero vaso di Pandora.

Oggi, un operaio o impiegato non deve essere più tutelato dal sindacato nei confronti di capi rappresentanti di un padrone sfruttatore. Il lavoratore con senso di responsabilità, spirito critico, capacità di risolvere problemi è lui stesso un capo e se ha un supervisore non è più qualcuno che controlla le sue pause, ma una persona che si preoccupa del suo grado di motivazione e di crescita per dare il meglio di sé. Nel XXI secolo, il lavoratore capace per l’azienda è diventato un patrimonio, che vale più di costose macchine automatizzate. Per il sindacato queste tendenze sono un rischio quasi fatale perché lo escludono definitivamente dal suo ruolo storico di unica tutela del lavoratore (ovviamente solo quello iscritto). Resta il tema chiave di stabilire quali relazioni industriali, dai contratti di lavoro ai sistemi di incentivazione, siano adatte al XXI secolo e non a quello scorso.

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